L’aggressione intollerabile alla giornalista Truzzolillo davanti all’aula bunker del maxi processo

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Il commento e la solidarietà della Riviera Web alla giornalista Truzzolillo, aggredita all'uscita dell'aula bunker di Lamezia dove è in corso il maxi processo alla ndrangheta

La solidarietà di Riviera Web e il commento del direttore Pietro Melia: “Il diritto di cronaca è intoccabile”. E la proposta: “Apriamo anche un dibattito sull’informazione regionale spesso troppo genuflessa”

Ho già espresso solidarietà umana e professionale ad Alessia Truzzolillo ed alla Comunità del Corriere della Calabria. Larga e convinta. Senza se e senza ma.

La sua “aggressione” (perché di questo e non di altro si tratta), volgare e immotivata, sospinta dall’eccesso di zelo e, diciamolo, anche dal delirio di onnipotenza di chi indossa una divisa e nell’esercizio delle sue funzioni si crede l’Onnipotente cui tutto è concesso, la risposta più giusta l’ha già ottenuta. Chi si è macchiato di quell’azione nei confronti di una giovane e valida collega è stato “punito” con un provvedimento esemplare: il suo allontanamento dalla guida di “caposcorta” del sostituto (pm d’accusa) Di Bernardo e, soprattutto, poiché la sua presenza non poteva più essere tollerata, dall’aula-bunker di Lamezia Terme. Qui è in scena il processo cosiddetto Rinascita Scott, istruito a carico dei Mancuso, una delle più potenti (militarmente ed economicamente) cosche di mafia della Calabria. Quel dibattimento, però, è nato male anche se poi, per fortuna, è stato corretto in corso d’opera. Perché a giornalisti e telefotocineoperatori è stato vietato da subito – per assurda e incomprensibile decisione del tribunale di Vibo Valentia – di effettuare riprese in audio e in video. Per l’opinione pubblica un messaggio devastante, come dire: nessuno deve vedere e sapere ciò che avviene in quel luogo.

Un paradosso, e un infortunio clamoroso, nell’epoca dei social e di internet, della massima e veloce diffusione delle notizie da ogni angolo del pianeta. Forse è stata quella decisione, di chi dovrebbe limitarsi a giudicare gli imputati e non guardare ciò che gli succede intorno, ad “autorizzare” (indirettamente?) quel carabiniere ad assumere un comportamento autoritario nei confronti di una giornalista che stava facendo semplicemente il proprio dovere. Ma quell’episodio conferma anche, e purtroppo, la debolezza di una categoria da anni pesantemente limitata e condizionata (o anche autocondizionata?) nel sacrosanto diritto di cronaca. Spesso autoreferenziale e genuflessa verso chi detiene il “potere” (politico, economico, giudiziario …). E su questo sarebbe il caso si aprisse, finalmente, un dibattito al nostro interno e, anche, nella società calabrese. Per capire quale informazione stiamo fornendo e quale in effetti servirebbe alla regione, nel presente e per il futuro. Sono più che certo che non mancheranno scetticismi e resistenze, finanche ironie, ma almeno proviamoci!