Perché i termovalorizzatori sono preferibili alle discariche?

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È veramente incredibile constatare come il problema dello smaltimento dei rifiuti sia diventato irrisolvibile in alcune regioni (vedi Sud) che, guarda caso, son quelle dove non sono presenti i termovalorizzatori di nuova generazione. In Italia sono funzionanti 37 termovalorizzatori e di questi solo 6 sono al Sud. La verità è che gli inceneritori di vecchia generazione facevano parte di quel tipo di impianti che ha aumentato il rischio di tumori allo stomaco, al colon, al fegato e ai polmoni.

Nel 2021 i professori del Politecnico di Milano (Stefano Cernuschi, Mario Grosso e Federico Viganò), del Politecnico di Torino (Deborah Panepinto e Maria Chiara Zanetti), dell’Università di Roma 3 Tor Vergata (Francesco Lombardi e Andrea Magrini) e dell’Università di Trento (Marco Ragazzi) hanno prodotto un Libro Bianco sull’incenerimento dei rifiuti urbani.

È il più qualificato studio italiano sull’impatto che gli inceneritori, o meglio i termovalorizzatori, hanno sulla salute e la qualità della vita dei cittadini. E stabilisce una verità scientifica difficilmente confutabile da tesi preconcette o dalla propaganda degli ambientalisti a prescindere.

La verità è che gli «inceneritori di vecchia generazione (di cui qualcuno mal gestito e pertanto caratterizzato da elevati livelli di emissione), quelli davvero obsoleti, quelli cui si riferiscono gli studi condotti in periodi di riferimento antecedenti il 1996», facevano parte di quel tipo di impianti che ha aumentato il rischio di tumori allo stomaco, al colon, al fegato e ai polmoni.

Il Libro bianco afferma che il discorso riguardante gli inceneritori costruiti negli ultimi vent’anni è completamente diverso. Questi impianti di nuova generazione, vale la pena ripeterlo, emettono «quantità relativamente modeste di inquinanti». E precisamente: lo 0,03% delle Pm10, lo 0,007% degli Idrocarburi Policiclici Aromatici e lo 0,2% di diossine e furani (le combustioni commerciali e residenziali emettono per ogni voce il 53,8%, il 78,1% e il 37,5%).

Le conclusioni sono: «È scientificamente riconosciuto che le preoccupazioni sui potenziali effetti sulla salute degli inceneritori riconducibili a inquinanti potenzialmente presenti nelle emissioni, quali metalli pesanti, diossine e furani, sono da ricondurre a impianti di vecchia generazione e a tecniche di gestione utilizzate prima della seconda metà degli anni Novanta» e «un impianto di incenerimento ben progettato e correttamente gestito, soprattutto se di recente concezione, emette quantità relativamente modeste di inquinanti e contribuisce poco alle concentrazioni ambientali. Pertanto, non si ha evidenza che comporti un rischio reale e sostanziale per la salute».

D’altra parte, a conclusioni simili sono arrivati tanti studi recenti pubblicati su riviste scientifiche internazionali che hanno indagato sullo stato della conoscenza dell’impatto dell’incenerimento dei rifiuti. Anche in questo caso, la conclusione è stata che inceneritori e termovalorizzatori «non hanno un “impatto zero”, ma questi impatti sono rilevanti e dannosi soprattutto per quanto riguarda gli impianti più datati o dove non sono state rispettate le regole per limitare le emissioni».

Lo studio sottolinea, inoltre, che «il peso dell’incenerimento sul totale delle emissioni da gestione dei rifiuti è particolarmente limitato: solo l’1% del totale, a fronte del 75% delle emissioni riconducibili allo smaltimento in discarica». In più, l’energia prodotta dai termovalorizzatori soddisfa il fabbisogno di circa 2,8 milioni di famiglie italiane.

Bisogna dire che il dibattito sui termovalorizzatori, nel resto d’Europa, non entusiasma i politici e le popolazioni che hanno imparato a conviverci senza particolari riserve o preoccupazioni. In Italia è tornato d’attualità da quando il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha annunciato la decisione di costruirne uno anche nella Capitale e il governatore calabrese, Roberto Occhiuto, ha annunciato l’intenzione di raddoppiare e modernizzare quello di Gioia Tauro.

Al netto della sindrome Nimby (Not In My Back Yard, “Non nel mio cortile”) che colpisce a tutte le latitudini, c’è da dire che è veramente incredibile constatare come il problema dello smaltimento dei rifiuti sia diventato irrisolvibile in alcune regioni (vedi Sud) che, guarda caso, son quelle dove non sono presenti i termovalorizzatori di nuova generazione. In Italia sono funzionanti 37 termovalorizzatori e di questi solo 6 sono al Sud.

È chiaro che la soluzione ideale sarebbe il riciclo totale, che però non è possibile. Perché non tutti i materiali si possono riciclare e perché il riciclo produce comunque scarti (circa il 20% del materiale riciclato).

Il risultato è che, anche nei luoghi dove è presente e funzionante la raccolta differenziata, il materiale residuo giace lungo le strade dove, guarda un po’, finisce per essere “spontaneamente” bruciato in condizioni, quelle sì, altamente nocive per la salute.

Per non andare molto lontano, basta segnalare il quartiere di Arghillà a Reggio dove, da almeno un decennio, non c’è notte senza che non si alzino fiamme con relative colonne di fumo venefico senza che un solo ambientalista abbia mai mosso un dito o levato una voce.

Per concludere è inconfutabile sostenere che «l’impatto dello smaltimento dei rifiuti tramite termovalorizzatore è otto volte inferiore rispetto all’uso delle discariche tradizionali», sottolineando inoltre che il conseguente recupero di energia contribuisce a ridurre ulteriormente le emissioni.

Il sindaco di Roma Gualtieri ha ricordato che le regioni che usano di più le discariche non riescono a smaltire tutto con questo metodo davvero obsoleto, e quindi esportano rifiuti all’estero in impianti che si fanno pagare da noi e producono energia bruciando i nostri rifiuti.

Uno studio della Regione Lazio precisa che «Il Lazio è al secondo posto per rifiuti esportati verso l’estero tra le regioni italiane. In totale, l’eccesso di rifiuti rispetto alla capacità di smaltimento e recupero è di 577 mila tonnellate all’anno, di cui poco meno del 10% finiscono all’estero e il restante viene trasferito verso altre regioni italiane. Si tratta del peggior sbilancio tra le regioni e potrebbe essere coperto proprio da un impianto di termovalorizzazione in grado di processare 600 mila tonnellate di rifiuti l’anno come quello proposto da Gualtieri».

È chiaro quindi che a Roma e a Gioia Tauro si sta giocando una partita fondamentale per la risoluzione dell’annoso problema ed è auspicabile quindi che non sia compromessa da posizioni preconcette, demagogiche ed antiscientifiche.

Franco Arcidiaco