Pittelli perdonato e rimandato ai domiciliari

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L’avvocato Giancarlo Pittelli, dopo tre mesi di carcere,  viene “perdonato” e rimandato ai domiciliari perché, i giudici, hanno espresso “un giudizio prognostico favorevole alla resipiscenza dell’imputato”.

L’avvocato Giancarlo Pittelli, imputato nel processo Rinascita Scott, di essere la cinghia di trasmissione tra la ‘ndrangheta da un lato e massoneria e  politica dall’altro, è stato rimandato dal carcere di Potenza, agli arresti domiciliari. 

Nei giorni scorsi, molti cittadini – anche lontanissimi dal mondo politico di Pittelli – si sono mobilitati in suo favore.  Anzi, ed è bene chiarire, si sono mobilitati affinché Pittelli possa essere giudicato in un giusto processo, come conviene in uno Stato di diritto… anche se è sempre più difficile che ciò avvenga.

Pittelli era stato rispedito in carcere per aver scritto una lettera, da uomo disperato e sconfortato, alla ministra Mara Carfagna, che un tempo era stata sua amica.

La risposta è stata la consegna della lettera alla polizia e non perché contenesse reati, ma solo perché la pietà è morta.

Dopo tre mesi di carcere, l’ex senatore viene “perdonato” e rimandato ai domiciliari  perché,  i giudici, hanno espresso “un giudizio prognostico favorevole alla resipiscenza dell’imputato”. Non saprei dire su cosa si basi tale giudizio prognostico ma, aldilà della volontà dei giudici, il linguaggio, freddo e burocratico, non può non ricordare le “autocritiche” degli imputati nei processi staliniani o i “percorsi rieducativi” nei campi di Pol Tot.

Un uomo non dovrebbe mai essere costretto a rinnegarsi per uscire dal carcere. Se ha sbagliato può essere punito ma non umiliato.

Inoltre, nel provvedimento dei giudici si prescrive che l’imputato :”… non potrà allontanarsi dal luogo di esecuzione della misura cautelare anche verso pertinenze in assenza di previa autorizzazione di questa AG e non potrà comunicare con alcun mezzo, anche telefonico e o telematico con persone diverse da quelle che con lui coabitano e lo assistono. Delega per un controllo assiduo la polizia giudiziaria di prossimità… con facoltà di subdelega…”. 

Si dice che dinanzi al Giudice le parti devono confrontarsi ad armi pari.

Un duello leale.

In verità, l’imputato dovrà combattere con le mani legate dietro la schiena dal momento che è lecito supporre che, dopo aver trascorso tredici mesi di carcere, Pittelli sarà costretto a seguire l’intero dibattimento rinchiuso in pochi metri quadri, svegliato nella notte, dall’ “assiduo controllo della polizia”, senza alcuna possibilità di fare ricerche o confronti per dimostrare la propria innocenza.

Arriverà alla sentenza prostrato, umiliato, impaurito, confuso.

L’accusa, invece, potrà muoversi liberamente ed arrivare alla requisitoria finale baldanzosa, e sicura. Tra l’altro… perché non corre rischi.

Si dice che Pittelli sia un imputato privilegiato e credo sia sostanzialmente vero dal momento che si tratta di un professionista affermato, con una salda rete di relazioni sociali, già senatore della Repubblica. Certamente succede molto di peggio quando nelle maglie della “giustizia” cade una persona fragile. Soprattutto se innocente, ed

I dati oggettivi e crudi sulla ingiusta detenzione ci dicono che in Calabria ciò succede molto più che altrove.

Un grave errore oltre che un costante abuso delle manette facili.

Il fine che la procura di Catanzaro si prefigge, con questo processo,  è  quello di indebolire la ‘ndrangheta. Ma da quanto finora abbiamo visto lecito supporre che il risultato sarà diverso, anzi opposto.

In terra di ‘ndrangheta, soprattutto perché tale, si dovrebbe rispondere al “delitto” con il rigoroso rispetto del Diritto.

Quando al presunto “delitto”, tutto da dimostrare, si risponde col sopruso, l’arbitrio e la giustizia sommaria la partita è persa e, non a caso, la ‘ndrangheta è più forte oggi rispetto a ieri.