Sulla grande stampa americana il libro sul ministro Gullo

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“Fausto Gullo: un Comunista Nella Storia d’Italia“, di Giuseppe Pierino, è un libro fondamentale per chi è interessato alla storia dell’Italia moderna. L’autore offre ai lettori una ricchezza di informazioni non note anche a coloro che sono stati attivi nel PCI dalla Resistenza fino al suo scioglimento negli anni ’90. Il libro è l’analisi di un pezzo della nostra storia attraverso la vita e l’opera, spesso ignota, di uno dei suoi protagonisti. Ed è la scoperta del suo ruolo decisivo in momenti determinanti del riscatto dell’Italia e della nascita della democrazia costituzionale.

“Fausto Gullo: un Comunista Nella Storia d’Italia “, di Giuseppe Pierino, è un libro fondamentale per chi è interessato alla storia dell’Italia moderna, alla nascita della Repubblica Italiana, e al Partito Comunista Italiano dalla fine della I Guerra mondiale, alla Resistenza e alla Ricostruzione, agli anni ‘50 e ‘60. È un contributo significativo per la conoscenza di una figura chiave di quel periodo: Fausto Gullo (16 giugno 1887 – 3 settembre 1974).

L’autore, Giuseppe Pierino, come afferma Aldo Tortorella nella sua introduzione, offre ai lettori una ricchezza di informazioni non note anche a coloro che, come lo stesso Tortorella, sono stati attivi nel PCI dalla Resistenza fino al suo scioglimento negli anni ‘90 (9). Prendendo a prestito le parole di Tortorella, [il libro] è: “…assai più del recupero della storia del rilievo di un dirigente. È l’analisi di un pezzo della nostra storia attraverso la vita e l’opera, spesso ignota, di uno dei suoi protagonisti. Ed è la scoperta del suo ruolo decisivo in momenti determinanti del riscatto dell’Italia e della nascita della democrazia costituzionale” (7).

Questi “momenti determinanti” includono – ma non sono limitati a – il ruolo giocato da Gullo nel convincere gli attivisti più reticenti del Partito Comunista del Regno del Sud a mettere da parte, temporaneamente, la pregiudiziale antimonarchica ampiamente condivisa dalle parti politiche che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale, cioè, la richiesta dell’abdicazione immediata dei Savoia al collasso del regime Fascista, e rafforzare e sostenere sia la  svolta di Salerno che la trasformazione del PCI da un partito di quadri al “partito nuovo” di Togliatti.

Prima di discutere il contenuto di questo volume, vorrei portare all’attenzione del lettore la ricchezza di informazioni dotte che si trovano nelle note a piè di pagina, che per qualità, quantità e respiro meritano esse stesse una particolare attenzione.

La biografia di Gullo è una lettura affascinante. Egli aderisce al Partito socialista italiano subito dopo la fine della Guerra mondiale e ne viene espulso dopo aver aderito all’appello di Amedeo Bordiga, del quale Gullo era amico fin da quando erano studenti di Giurisprudenza all’Università di Napoli, di boicottare le elezioni politiche. Durante il “biennio rosso” Gullo si distingue per le battaglie per l’applicazione del “Decreto Visocchi” del settembre 1919 relativo alla concessione delle terre incolte; per il diritto universale alla salute; per l’applicazione della giornata lavorativa di otto ore, e per la fine della repressione politica del movimento dei lavoratori (35). Egli rifiuta un invito a ri-aderire al Psi, e diventa un membro fondatore del Partito Comunista in Italia nel 1921. È eletto alla Camera dei deputati nel 1924, a dispetto della “Legge Acerbo”, e rimane a Montecitorio con Gramsci durante la Secessione dell’Aventino. Quando si scioglie il parlamento nel novembre 1926, viene mandato in domicilio coatto in Sardegna. Ritornato a casa, Gullo rompe con la Sinistra comunista e si avvicina alle posizioni più “centriste” avanzate da Gramsci. Tuttavia, a causa dello “sfuggente rapporto con i vertici del Partito” (Gullo persiste nel disapprovare la linea fissata dall’Internazionale e dal PCUS sulla “rivoluzione in un solo paese”), Gullo decide di non andare in esilio. Piuttosto, egli opta per lo “standard di vita conforme alla «libertà vigilata» che gli lasciava il regime,” che significava esercitare la professione di avvocato a Cosenza, dopo essere stato rappresentante legale dei perseguitati dal Regime (39), e, pro bono, di numerosi contadini, quindi guadagnandosi una reputazione nel Mezzogiorno come “avvocato del popolo”.

Questo non vuol dire che durante il Ventennio Gullo non avesse mantenuto legami con i compagni del PC in clandestinità. Infatti, nella primavera del 1943 incontra Pietro Ingrao che “trascorse in Sila l’ultimo tratto della sua clandestinità” (83). Gullo a Bari rappresenta il Partito Comunista immediatamente dopo l’8 settembre del 1943, e risulta decisivo nel convincere i suoi compagni ad accantonare la pregiudiziale istituzionale, una decisione molto più difficile, come già detto, di quanto si era finora portati a credere. Infatti, tre interventi di Togliatti al Consiglio Nazionale del Pci (Napoli, primavera 1944) falliscono nel raggiungere il risultato. La situazione si sblocca soltanto a seguito di un intervento finale di Gullo (94).

Nel decennio successivo alla caduta e all’arresto di Mussolini, Gullo (la sola persona a ricoprire una posizione di governo in tutti i governi di unità anti-fascista (23)), è lo “stretto collaboratore” di Togliatti, “senza esserne l’«interprete fedele»”. Cioè, egli diventa noto per la sua indipendenza di vedute, “uniforma[ndo]si alle decisioni solo dopo aver messo in chiaro perplessità e discordanze” (27), una pratica che Pierino porta in primo piano e analizza in numerosi passaggi di questo volume.

Come Ministro dell’Agricoltura nel primo governo “politico” di Badoglio, Gullo è decisivo nel bloccare la manovra gattopardesca e garantire che il concetto di sovranità popolare sia una pietra miliare delle elaborazioni dell’Assemblea costituente (107). Ugualmente cruciali sono gli effetti dei suoi decreti finalizzati a rassicurare una nazione “in disfacimento” e a nutrire un popolo “stretto dalla penuria alimentare e dal mercato nero” (108). Gullo rimane Ministro dell’Agricoltura fino al 13 luglio 1946. In questo ruolo, egli si guadagna l’appellativo di “ministro dei contadini” grazie a quelle che sono comunemente chiamate le “riforme Gullo”, una serie di ordinanze amministrative che espropriarono migliaia di acri di terreni agricoli pubblici usurpati da latifondisti assenteisti e che furono riassegnati agli individui, alle famiglie e alle cooperative che li coltivavano.

Da membro dell’Assemblea costituente (Giugno 1946- 1° gennaio 1948) Gullo gioca un ruolo chiave nello stabilire l’autonomia della magistratura e nell’inserimento degli articoli 29 e 30 della Costituzione italiana che prevedono l’uguaglianza dei coniugi davanti alla legge, e l’uguaglianza di tutti i figli biologi, legittimi e naturali.

Nel luglio 1946, Gullo sostituisce Togliatti come Ministro di Grazia e Giustizia. Qui, sottolinea Pierino, Gullo deve lavorare per contrastare l’interpretazione e l’applicazione di retroguardia dell’“Amnistia Togliatti”, da parte di una magistratura ereditata dal Regime (168). Come Guardasigilli Gullo lavora anche all’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione italiana, il che significa l’abolizione, in primo luogo, del Codice Rocco (e della pena di morte), e, in secondo luogo, del regolamento carcerario stabilito dal Regime nel 1931, implicitamente descritto nella Costituzione Repubblicana come “trattamenti contrari al senso di umanità” e, inoltre, definisce esplicitamente il carcere come luogo di riabilitazione.

Nel 1948, Gullo viene eletto alla Camera dei deputati. Egli rimane nella carica di Deputato fino alla fine della V legislatura e si ritira dalla vita pubblica nel maggio 1972. Per Alessandro Natta, Gullo fu uno “straordinario leader parlamentare”, soprattutto tra i primi anni Sessanta e la morte di Togliatti: “Non c’è stato fatto politico”, ha ricordato Alessandro Natta, “che non lo abbia visto protagonista” (cit. 236). Una costante della carriera di Gullo è la sua difesa di uno Stato laico e dei diritti civili. Così, non sorprende nessuno il fatto che, con largo anticipo rispetto alla presa di posizione ufficiale del Pci, firmò la sua ultima, vincente, battaglia, accettando l’invito di Marco Pannella a ricoprire la carica di presidente della Lega italiana per il divorzio (265-66).

Per concludere, questo lavoro migliora significativamente la nostra conoscenza della politica del Regno del Sud, dell’Assemblea costituente, e dei primi due decenni della Repubblica Italiana. Lo fa portando alla luce gli importanti contributi di un protagonista determinante, ingiustamente dimenticato.

Joseph Francese