Andrea: «Cosa significa essere gay in Calabria»

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La storia del ragazzo aggredito perché omosessuale

Cosa significa essere gay oggi in Calabria, nel Reggino, nella Locride? È la domanda che ci siamo posti sulla scia dell’episodio verificatosi a Roma la notte del 25 maggio scorso, quando un giovane omosessuale di 24 anni è stato aggredito selvaggiamente da un gruppo di coetanei al grido di «frocio di merda».

Cosa significa essere gay oggi in Calabria, nel Reggino, nella Locride? È la domanda che ci siamo posti sulla scia dell’episodio verificatosi a Roma la notte del 25 maggio scorso, quando un giovane omosessuale di 24 anni è stato aggredito selvaggiamente da un gruppo di coetanei al grido di «frocio di merda». Ci asteniamo da ogni commento sugli aggressori, anche perché l’unico che ci verrebbe in mente sarebbe ancora più volgare dei loro stessi insulti. Li lasciamo quindi nella loro violenta, patetica e deviata percezione della realtà. E parliamo di altro. Parliamo di cosa voglia dire essere omosessuali, lesbiche, transessuali oggi nella provincia calabrese. C’è una comunità omosessuale nel reggino e nella Locride? Cerchiamo qualcuno che risponda alle nostre domande, che ci racconti la sua storia. A Locri e a Siderno, niente da fare. Arriviamo in riva allo Stretto e incontriamo Andrea Misiano, giovane presidente della appena costituita Arcigay I due mari di Reggio Calabria. La prima domanda nasce spontanea, chiediamo come mai per poter riuscire a parlare con un omosessuale dichiarato, abbiamo dovuto cercare su internet, prendere un treno, fare cento chilometri e arrivare a Reggio. Andrea sorride: «Anzi, ti è andata bene. Perché fino a qualche tempo fa, non ci avresti nemmeno trovato su internet, visto che abbiamo costituito l’associazione solo da sei mesi. Il fatto che tu non abbia trovato nessuno disposto a parlare nei paesi di periferia, non mi stupisce più di tanto. I gay ci sono anche lì, ma è molto più difficile esporsi. Nel nostro circolo siamo 800 tesserati e persone della Locride ce ne sono, ne conosco personalmente una decina. Ma alcuni di loro purtroppo vivono ancora nell’ombra». Andrea ci spiega che molti magari hanno una doppia vita. Una moglie, una famiglia. E vivono la loro omosessualità in maniera parziale, senza le giuste implicazioni nella sfera affettiva, sociale e relazionale: «Quando vivi nell’ombra la tua omosessualità, rispondi a delle convenzioni del mondo gay, come quella di incontrarsi in certi posti della città, la sera tardi. Vivi dei fugaci amori clandestini. Ma è un modo incompleto di vivere la tua vita». Vogliamo conoscere la sua storia. «Ho sempre saputo di essere omosessuale. A diciotto anni l’ho detto ai miei. Poi sono andato a studiare fuori, a Bologna, dove ho cercato di vivere la mia vita nel modo più normale possibile, senza traumi. Avevo un equilibrio interiore da trovare, domande a cui dare risposte. E per fortuna ho trovato un ambiente favorevole, dove poterlo fare con tranquillità. La paura c’era, ma superato l’ostacolo di dirlo alla famiglia, che è la cosa più difficile, tutto il resto viene da sé». E infatti è proprio questa la prima prova ardua da affrontare per un omosessuale nel suo percorso: la famiglia. Con tutto il carico di ansie, paure e sensi di colpa che ciò comporta. Andrea ci racconta di tanti ragazzi che si rivolgono all’associazione in cerca di aiuto proprio in quei momenti, addirittura ci sono ancora ragazzi adolescenti che vengono aggrediti fisicamente dai genitori non appena dichiarano la loro omosessualità: «In questi casi cerchiamo di dare tutto il nostro sostegno, anche grazie ad alcune convenzioni con l’Asl che mette a disposizione visite psicologiche gratuite. Cerchiamo di alleviare il trauma provocato da questi insensati episodi di omofobia. Per far questo, sono fondamentali la comunicazione e l’informazione via internet, grazie alle quali le nuove generazioni capiscono che non sono sole e che possono avere il sostegno che cercano. Ovviamente ci sono ancora molte cose da fare. E noi siamo qui per questo». Dalla fermezza e dalla serenità delle parole di Andrea si capisce che gli unici problemi di un omosessuale, sono quelli che arrivano dall’esterno. Come quelli che avrebbe qualsiasi eterosessuale se qualcuno cominciasse a sindacare sulla sua vita privata, sentimentale e sessuale. Ma forse qualche passo avanti si sta facendo anche qui da noi, questa del circolo Arcigay è una grande conquista, essendo l’unico in Calabria. E la comunità reggina sembra aver reagito non tanto male, anche in occasione di una manifestazione svoltasi in città il 16 maggio. «Anche se a volte, più che di accettazione mi sembra si tratti quasi di indifferenza», aggiunge Andrea. La più grande istituzione con cui si scontrano i gay è la Chiesa cattolica che da sempre usa parole di condanna nei confronti della loro comunità. Nonostante le altre confessioni cristiane si siano aperte ormai da anni all’omosessualità. Andrea ce lo conferma. «La Chiesa – dice – è l’altro grande ostacolo che noi omosessuali affrontiamo nel nostro cammino. Conosco alcuni ragazzi a cui è stato detto da alcuni preti che Dio vuole la morte dei gay. E l’Italia è così indietro nel percorso per una completa integrazione sociale della comunità omosessuale, proprio per l’influenza delle istituzioni cattoliche». Salutiamo Andrea Misiano, contenti di aver fatto la sua conoscenza. È sempre un piacere conoscere chi non ha paura di essere se stesso. Si chiama libertà.