Il Grillo e le Cicale

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Il commento al video diffuso da Beppe Grillo in cui difende il figlio, Ciro, accusato di stupro. Foto Anarkikka

Il commento al caso del video che il comico genovese ha diffuso in difesa del figlio accusato di stupro di gruppo

Perché le cicale si sa, cantano, vivono fresche e vivaci la loro estate, mentre il grillo e le formiche sono seri e saggi. Pensano alla famiglia, la proteggono, razionano e sistemano tutto per i periodi più duri. Le cicale no, si divertono, senza cervello ma solo con la voglia di cantare, se poi succede qualcosa di brutto, se la sono cercata, o è colpa loro comunque, perché son fatte così. Quindi il buon grillo, pensa alla famiglia, la protegge e continua ad indicare il pessimo comportamento di una cicala svampita.

Ma parliamo seriamente della questione, perché è grave, e su più aspetti.

Primo. Il fatto. Fermo restando che quello che è successo deve essere ricostruito e provato in un’aula di tribunale, nessuno si può permettere di sindacare quando una vittima denuncia, se e quanto più grave è l’atto se lei denuncia prima o dopo, o cosa ha fatto il giorno dopo, o quello successivo ancora. Suggerisco al buon padre di leggere un po’ di letteratura sui casi di violenza, illuminante.

Secondo. Lo strumento. Non è solo il contenuto, anch’esso violento, urlato, cattivo e pieno di giudizio a farmi accapponare la pelle, ma il modo attraverso il quale lo ha diffuso e fatto diffondere. Le famiglie davanti alla tv hanno assistito ad una ulteriore forma di violenza nei confronti della ragazza. L’informazione televisiva che si fa strumento di un becero maschilismo urlato e riversato nei confronti di una ragazza. Ho raccolto la reazione di molte persone, padri e madri che si sono sentiti abbattuti nel loro mestiere di educatori dei propri figli. Nel lavoro di traslazione di valori sentono un padre correre a proteggere il figlio con tutti gli strumenti a sua disposizione (e oltre), nessun altro padre avrebbe avuto stesso spazio. Ha colpevolizzato e allo stesso tempo intimidito una vittima, trascinandola nell’onda mediatica e portandola lì, alla mercé della pubblica gogna e del pubblico giudizio, permeato di muffoso patriarcato.

Terzo. La vittimizzazione secondaria. Cominciamo ad imparare nuovi termini e a farli nostri. È la fase in cui la vittima, dopo aver subito la prima aggressione, ne subisce una seconda; spesso avviene in tribunale, quando viene ascoltata e “tormentata” dal dover rivivere la violenza ma anche il giudizio teso a dimostrare che in realtà la vittima non era  tale, in un tentativo di assoluzione dell’imputato. Qui la violenza Grillo l’ha perpetrata coi formidabili strumenti che aveva a sua completa disposizione, non solo i social ma le piattaforme di informazione. Ha messo la ragazza nel bel mezzo di una piazza, esponendola ad un’altra violenza.

Quarto. Il danno. O i danni. Tra questi il più grave, quello della paura non solo della vittima ma di tutte quelle ragazze che subiranno restando in silenzio, per paura; soprattutto se a commettere l’atto è un “figlio di buona famiglia”, contro la quale non conviene mettersi, perché ti rovinano. Danno a danno, il senso di impunità e potere dei giovani rampolli, come se ne avessero ancora bisogno, di poter fare quello che vogliono, in barba alle regole. Ai danni, un altro ancora, quello del sistema educativo familiare, sempre più permeato di “alibi”, quando cresceranno questi ragazzi? Quando usciranno dall’adolescenza? Quando impareranno che gli sbagli si pagano e le regole si rispettano?

La violenza sulle donne che sta crescendo invece di diminuire, come dovrebbe accadere in una società che si evolve, è l’indice invece di un degrado e di una involuzione che abbiamo tutti la responsabilità di fermare, subito. 

(l’immagine a corredo di questo articolo è di @Anarkikka, l’artista che trovate sui social e che si batte contro la violenza sulle donne)