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La tragica storia di Francesco Occhiuto

A volte, nella vita di una persona accadono avvenimenti dopo dei quali non si è più gli stessi, perché la vita non sarà più quella di prima. Nella vita, infatti, ci sono prove terribili da affrontare e, anche da superare, nonostante il dolore sia così forte da sembrare insuperabile. È il caso di Mario Occhiuto e della sua famiglia, dopo la tragica scomparsa del figlio Francesco, avvenuta il 22 febbraio scorso. Da quel giorno, spesso, penso a quanto sofferenza ci sia stata in quel ragazzo e, pertanto, ho posto delle domande alla psicologa e docente di filosofia presso il liceo classico IIS “La Cava”, di Bovalino, Francesca Tomasello, per chiarire alcuni aspetti della mente e delle sue complessità.

 I fatti

Francesco Occhiuto, figlio dell’ex sindaco di Cosenza e senatore di Forza Italia, Mario Occhiuto è morto lo scorso 22 Febbraio. Il ragazzo, laureato in Psicologia, aveva 30 anni, nella serata di venerdì 21 febbraio è precipitato, da una finestra dell’abitazione della famiglia all’ultimo piano dell’immobile, a Cosenza. Il 30enne è stato immediatamente soccorso da personale del 118 e condotto, in codice rosso, al presidio ospedaliero dell’Annunziata in gravissime condizioni, dove i medici hanno tentato di salvargli la vita. Si sono mobilitate le unità di crisi, al punto che da Catanzaro, tramite l’elisoccorso notturno della postazione di Lamezia Terme, è arrivata una strumentazione per applicare al paziente il trattamento Ecmo, ovvero l’ossigenazione extracorporea. Le condizioni di Francesco, però, sono apparse da subito disperate. A tenerlo in vita sono stati i macchinari, ma alla fine, a causa delle fratture multiple su tutto il corpo, il ragazzo è morto.

Prima

Francesco si era laureato a Bologna in psicologia, aveva superato l’esame di abilitazione con il massimo dei voti e, da poco, aveva ottenuto un contratto di ricerca all’Università di Roma. All’apparenza aveva tutto: una famiglia che lo amava, una carriera avviata, tanti sogni da realizzare. Nonostante ciò, portava dentro di sé un disagio, un peso che nessuno poteva vedere e che lo faceva soffrire.

Dopo

Dopo la tragica perdita del figlio, il padre Mario ha spiegato, attraverso interviste ad alcuni giornalisti: “Voleva comprendere la mente, forse anche la sua. Non so bene quale fosse la sua malattia, ma sotto stress, soprattutto nei rapporti personali o di lavoro, a volte andava in crisi. Strutturava un pensiero ossessivo, che lo intrappolava. È successo almeno tre volte. L’ultima gli è stata fatale. Le tappe della sofferenza sono state tutte in salita: la prima crisi fu a Parma, durante il tirocinio. Era legata alla fine di un amore, che forse lo aveva ferito più di quanto mostrasse. Si chiuse in sé stesso per un periodo, come se volesse proteggersi. Poi, lentamente, ricominciò a vivere. Si impegnò negli studi, nel lavoro, ma il suo sforzo più grande era quello che nessuno vedeva: controllare silenziosamente la sua malattia. Un giorno mi disse: “Papà, alcuni mi giudicano forse un po’male perché sto sulle mie, ma nessuno ha intuito che il mio è malessere mentale”. Non credeva nei farmaci come soluzione per la mente, ma credeva nella psicologia, nel potere dell’ascolto. Io mi accorgevo quando diventava più vulnerabile: veniva da me, si faceva abbracciare, voleva dormire nel mio letto a Roma. Negli ultimi due anni siamo stati sempre insieme. Io pregavo per lui, sono andato a Lourdes per chiedere aiuto e conforto. Poi l’ho convinto a tornare lì con me: è stato un viaggio intimo, indimenticabile, che sembrava restituirci fiducia. Qualcosa, però, nella loro quotidianità si è spezzato. Lo specialista gli aveva prescritto una riduzione graduale dei farmaci in alcuni mesi. Ma lui ha accelerato la deprescrizione. I medici dicono che è stato questo a provocare una crisi di rimbalzo, a far emergere quel pensiero negativo che lo ha intrappolato. Non so se sia davvero così. Non so se io abbia commesso qualche errore. So solo che credevo in lui. Avevo una fiducia assoluta in Francesco e nelle sue capacità, nella sua forza. Ma in quel momento non era più lui.

 Intervista alla psicologa Francesca Tomasello

 Il padre ha scritto: “Non so bene quale fosse la sua malattia, ma sotto stress, soprattutto nei rapporti personali o di lavoro, a volte andava in crisi. Strutturava un pensiero ossessivo, che lo intrappolava”. Secondo lei, che tipo di disturbo soffriva il ragazzo?

In tutta onestà è difficile stabilire senza dati oggettivi, il disturbo che affliggeva questo giovane ragazzo che pare avesse un ruolo sociale e lavorativo gratificante, ma “Una scheggia nelle carni” che lo affliggeva, probabilmente un disturbo ossessivo o una sindrome depressiva.

 Pensa che, in questi casi i farmaci possano aiutare?

Nel caso di un disturbo psico-emotivo importante, una terapia farmacologica può essere un intervento necessario (ad esempio per stabilizzare l’umore), ma non sufficiente se non accompagnata da un percorso di psicoterapia.

 Si pensa che la sua mente fosse sommersa di pensieri. C’è un modo per liberarla e non farsi sopraffare da essa?

Essere sommersi dai pensieri in un mondo come quello contemporaneo, fatto di complessità e di precarietà è un po’ la cifra di tutti, ma se i pensieri diventano ossessivi occorre farsi aiutare o comunque riuscire a cogliere i segnali per aiutare chi soffre. La famiglia del giovane risulta essere una famiglia solida e affettivamente significativa, in termini di supporto e di vicinanza. Purtroppo non sempre basta a cogliere i segnali di un disagio che, spesso, viene sottaciuto a se stessi o mascherato agli altri.

 Nella società di oggi tanti giovani soffrono, a volte in silenzio, volte con gesti di autolesionismo. Oggi, i giovani sembrano più fragili. È così? o c’è altro?

I giovani di oggi risultano meno resistenti alla frustrazione, più vulnerabili e in preda all’ansia; gli scenari sono ansiogeni, le prestazioni richieste all’insegna di una competizione sfrenata, anche negli ambienti universitari e di ricerca; la società muta velocemente, i valori trasmutano con rapidità. È la “Società liquida” di Bauman in cui è difficile ancorarsi a valori forti che diventano baluardi di difesa. I giovani “patiscono” la società delle “performance” a tutti costi; sono bombardati da migliaia di stimoli e, spesso, si sentono inadeguati. Oggi va di moda la parola “resilienza” che è la capacità psichica di resistere ai traumi e alle tensioni emotive; questa parola spesso troppo sopravvalutata, si trascura, invece, la “liceità dell’errore” e il diritto-dovere, per i giovani  di sbagliare, di cadere e di riuscire ad accettare la sofferenza come elemento fisiologico della vita; bisognerebbe fornire loro semmai gli strumenti per elaborare il dolore e superarlo, tesaurizzandolo come esperienza per una crescita in termini di sensibilità e di esperienza emotiva.

 Secondo lei, le malattie mentali sono sottovalutate?

Esiste ancora un pregiudizio nei confronti delle malattie mentali o del disturbo psichico. Non c’è un’adeguata sensibilità né inoltre, a mio avviso, una formazione funzionale a coglierne i segnali da parte degli educatori. Inoltre, non esistono più i luoghi della socialità condivisa, gli scambi relazionali “veri” soppiantati, ormai, dalla solitudine della “virtualità”.

 Se avesse incontrato Francesco, cosa le avrebbe detto per aiutarlo?

Se lo avessi incontrato e avessi saputo del suo profondo disagio, forse non avrei trovato le parole giuste, forse lo avrei guardato negli occhi, gli avrei fatto sentire, con empatia, la possibilità di un aiuto, la possibilità di potercela fare… Lo avrei guardato a lungo, con tutta la vicinanza e l’empatia di cui dispongo e, forse, avrei cercato di convincerlo a restare nell’ “oceano infinito della possibilità” che è la vita. I giovani vogliono e devono essere guardati, a lungo, negli occhi!

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